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Premessa
Il testo che segue è un tentativo di scrivere un racconto fantasy ispirato ai personaggi di un Gioco di Ruolo dal Vivo a cui partecipo. E' ovviamente frutto della mia fantasia e i riferimenti a fatti e persone reali sono da ritenersi casuali. E' tuttavia possibile che inserisca riferimenti a personaggi interpretati da persone realmente esistenti, ovviamente svincolati da ogni riferimento ai loro interpreti.
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Viaggio
Nota
I thul'fen sono una razza che ha sia le caratteristiche dei lupi sia quelle degli umani. Degli umani hanno l'andatura bipede e l'uso delle mani, dei lupi il fiuto e l'istinto; l'intelligenza è meno analitica di quella umana e questa razza ha sviluppato una complessa società di tipo tribale, suddivisa in gruppi di dimensioni variabili, chiamati Branchi. Conservano numerose caratteristiche dei lupi, tra cui la forma del cranio, la presenza della coda e di una folta pelliccia, nonché l'istinto della caccia. I thul'fen hanno una propria lingua, profondamente legata alla loro origine e alla permanenza in luoghi impervi, ma hanno una certa facilità ad imparare altri linguaggi e una grande capacità di adattamento.
Neve. Non se ne vedeva così da quelle parti da anni. Il manto bianco aveva ormai superato il metro di altezza, e continuava a cadere, sembrava si fosse scatenata una tempesta in piena regola. I pochi alberi che non erano crollati a causa del vento sulle montagne erano carichi di neve e sul punto di spezzarsi.
Il Branco si stava muovendo per valicare il Grande Muro, la catena di alte montagne che cinge la parte settentrionale di Elavistol; la zona in cui si era stabilito stava iniziando a non essere più molto ricca di prede e stava iniziando ad essere troppo sfruttata anche se il branco era composto da pochi individui. Da quelle parti apparivano anche le divise rosse con l'effige del Cobra, truppe d'invasione provenienti dalla Teutonia. Bato'haaye, il nostro Alfa e Nahn'Ryia, il Primo Saggio, decisetro che era maglio rischiare di valicare le montagne e muoversi verso le sterminate foreste del Nord, in cui sapevamo trovarsi numerosi branchi di thul'fen.
Il luogo dove il Branco stazionava, prima della partenza, si trovava sul versante sud-orientale del Muro, in quella che per i senza-pelo è la baronia del Tridentium. Ci eravamo stabiliti da qualche anno in una piccola valle, un Branco composto da una ventina di individui, la maggior parte dei quali abbastanza anziani perchè, le risorse del luogo non erano in grado di sostenere molti cuccioli. La valle era abitata da qualche pastore e alcuni contadini, con cui avevamo ottimi rapporti, tenendo lontani i lupi e gli altri predatori dalle greggi che venivano allevate e ricevendo in cambio pelli ed altre cose che noi non sappiamo lavorare. Purtroppo con l'arrivo delle truppe d'invasione la valle si stava velocemente spopolando, e anche le prede iniziavano a sparire rapidamente.
Neve. Non smetteva di cadere e si erano alzate delle fortissime raffiche di vento. Il resto del Branco si era fermato in un posto che sembrava essere un po' al riparo dalla violenza della tempesta, e qualche esploratore e un paio di giovani avevano proseguito.
Io mi trovavo tra questi ultimi, ma ormai avevo perso di vista da ore gli altri: tra la neve ed il vento nemmeno il fiuto poteva essermi di qualche utilità per ritrovarli. E faceva freddo. Molto. Il fiato si condensava in nuvolette di brina e il mantello che portavo era diventato ormai inservibile, perciò lo lasciai cadere dove mi ero fermato a riprendere fiato.
Dovevo trovare il sentiero che ci avrebbe permesso di proseguire il viaggio verso le terre del Nord, ma cominciavo a perdere la speranza di riuscirci. Avevo iniziato a seguire il versante in discesa quando era diventato troppo ripido per essere superato, ma di vie battute non c'era traccia. Bisognava fare in fretta, gli altri si erano riparati vicino a un gruppo di alberi, ma ora il vento aveva cambiato direzione e quel riparo non sarebbe stato utile ancora per molto tempo.
Camminavo da qualche ora nella neve fino alle ginocchia e iniziavo ad essere stremato dalla fatica, nonostante la resistenza agli sforzi tipica della mia razza. Il sole, oramai, stava tramontando e il freddo sarebbe aumentato ancora durante la notte. Con il buio sarebbe stato impossibile non perdersi e, visto che di sentieri se ne vedevano era il caso di iniziare a cercare un riparo.
Non ero per niente sicuro di dove mi trovassi né se sarei riuscito a rifare la strada a ritroso, quindi pensai di tornare indietro seguendo le mie stesse tracce prima che la neve le cancellasse del tutto, mi sembrava di aver scorto un gruppo di alberi abbastanza solidi mezzora fa, forse di più. Potevano essere un buon posto, anche se con tutta quella neve un posto per fermarsi valeva l'altro.
Cominciai faticosamente a tornare sui miei passi e mi rendevo conto che il freddo stava rendendo difficoltoso ogni mio movimento, e ogni pochi passi dovevo fermarmi a scuotere la neve ghiacciata dalla pelliccia. Orecchie e coda oramai non le sentivo più e già da parecchio battevo i denti per il freddo.
“Mi fermo per un po'” pensavo “solo per riposarmi un attimo e poi ripartire” mentre la fatica prendeva il sopravvento e qualcosa mi diceva che sarei congelato se mi fossi fermato a lungo. Trovai un albero ancora integro, cresciuto accanto a una grossa roccia rosa scuro che avrebbe potuto ripararmi dal vento, che nel frattempo si era intensificato, trasformando la nevicata in una pioggia di schegge di ghiaccio da in ogni direzione. Senza pensarci troppo, iniziai a scavare una buca nella neve in cui infilarmi per passare la notte: uno dei miei fratelli, Hano'tan'rus, nato sotto la luna del Solitario mi disse che scavare una buca nella neve era un modo sicuro per ripararsi.
Scavare era molto difficile a causa del vento, che continuamente abbatteva il mucchio di neve che facevo accanto alla buca; non avevo alcun attrezzo da usare per scavare e la neve iniziava già a solidificarsi.
Non so da quanto fossi lì ma mi sembrava di aver scavato abbastanza per ripararmi quando all'improvviso, sentii uno scricchiolio, appena più forte dell'urlo del vento che ormai m'accompagnava da ore. Feci appena in tempo a rendermi conto che un ramo si era spezzato da qualche parte sopra di me prima che tutto si facesse buio e silenzioso.
[...]
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-2-
Risveglio
Fumo. C'era odore di fumo e non era più tutto nero, ma grigio. Non sentivo più freddo.
“Sono morto” pensai “Non credevo che l'H’ung ra’ar fosse così, speravo in un prato”.
Poi iniziai a sentire dei rumori. Voci.
Non parlavano la mia lingua ma io conoscevo un po' la loro, anche se non riuscivo a capire cosa stessero dicendo, erano voci deboli e confuse. Provai a muovere le zampe, e ci riuscivo. Mi sembrava di essere sdraiato sulla schiena su qualcosa di morbido. Paglia. Annusai ancora, c'era un forte odore di erbe medicinali e uno appena percettibile di sangue che sembrava essere il mio.
Aprii gli occhi e pian piano misi a fuoco il soffitto della stanza dove mi trovavo. Era di legno scuro, con sottili travi dello stesso colore, sembravano decorate da intagli con disegni floreali. Ero già entrato nelle capanne degli umani, che loro chiamano case, ma non avevo mai guardato in alto; rimasi un po' stupito nel vedere dei fiori scolpiti nel legno. I fiori stanno nei prati o sugli alberi, non dovrebbero stare lì. Spostando lo sguardo nella stanza vidi un piccolo fuoco acceso in un angolo, circondato di sassi, il fumo che usciva da un'apertura nel soffitto.
Di colpo mi resi conto che mi faceva male la testa, alzai una zampa e mi accorsi che avevo delle bende legate in testa, toccarle mi faceva male. Dovevo essermi ferito in qualche modo; potevo muovermi quindi difficilmente erano stati i proprietari delle voci che sentivo ad avermi colpito.
La testa e le orecchie mi facevano male, e parecchio, quindi alzai anche l'altra zampa a toccare la testa e, anche se era peggio, cercai di concentrarmi sulle mie mani e pensai, come una specie di mantra “thul'fen sha'ker'do argh”. Come sempre, sentii una specie di calore provenire dalle mani e subito il dolore cessò. Bene, sapevo ancora guarire le ferite.
Mi misi a sedere un po' a fatica e cominciai a sciogliere le bende che mi coprivano testa e orecchie. Guardandomi attorno provai a parlare: avevo la gola secca e la voce usciva con una certa fatica ma ci riuscii a dire “eoha, mén'ee. Thul'fen deh'mehs!”. Poi pensai che forse non potevano capire ma mi dissi che non importava.
Subito le voci che sentivo si spensero e da un'apertura dalla parte opposta al focolare entrarono due figure, avvolte in pesanti mantelli orlati di pelliccia (di volpe, a giudicare dal colore e dall'odore) e con un cappuccio. Una delle due figure si tolse il cappuccio: si trattava di un'elfa piuttosto giovane (anche se poteva benissimo avere 10 o 20 stagioni più di me), con lunghi capelli neri raccolti in una treccia, immancabili orecchie a punta, occhi scuri come una notte senza Luna e lineamenti regolari.
L'altra figura era di un umano, mi sembrava giovane, alto e magro, con una corta barba rossiccia e capelli scompigliati dello stesso colore. Si limitò a restare sulla porta. I mantelli di entrambi erano coperti di cristalli di brina.
L'elfa mi guardò con un'aria stupita e disse “stai giù, sei ferito” si avvicinò e potei sentire il suo odore: non aveva paura di me e aveva anche un odore di erbe medicinali. Guardò prima la benda a terra, poi mentre la raccoglieva mi fissò e vide che non avevo più i segni della ferita. L'elfa fece un passo indietro, dicendo “L'hai fatto tu eh? Allora sei un guaritore. Io sono Estelè, lui è mio marito Nicolas. Come ti chiami?”
“Gen'xha” risposi, poi, improvvisamente mi ricordai cosa era successo.
Mi alzai del tutto dal pagliericcio e gridai “Hea'ku bha'mno? Hea'ku thul'fen'ee?”. L'uomo fece un passo indietro e lo vidi portare la mano alla cintura, dove si poteva indovinare la sagoma di una corta spada; l'elfa invece non si mosse e mi fissò, calma “non conosco la tua lingua, ma vedo che tu capisci la mia. Cosa hai detto?”. La fissai diritto negli occhi e ripetei “Dove... Dove sono ... altri thul'fen? Bha'mno!” feci un gesto circolare con una mano, indicando una gran quantità.
L'uomo si rilassò un po' ma entrambi si fecero molto molto seri. E io capii cosa stavano per dirmi ma non volevo crederci. Estelé mi guardò, fece un lungo sospiro e disse “mi dispiace, Gen'xha. Li abbiamo trovati troppo tardi. Sono....” e si fermò, fissando il pavimento.
Io avevo capito cosa era accaduto e per un lungo momento non riuscii a muovermi né a parlare, la vista offuscata dalle lacrime. Finalmente mi alzai, uscii di corsa dalla stanza spingendo via Estelé e Nicolas, entrai in un'altra stanza, molto più piccola, dove trovai una porta e la spalancai. Rimasi abbagliato dal bianco della neve che ricopriva quello che sembrava un piccolo cortile, feci qualche passo di corsa, inciampai e caddi in ginocchio in mezzo metro di neve soffice e gelida. Lì, in mezzo alla neve caduta e circondato da quella che cadeva pigramente al suolo, lanciai l'ululato di richiamo del Branco che subito si trasformò in quello, cupo e pieno di tristezza, riservato a rendere onore a un fratello morto. Ma nel canto non c'era la gioia per l'arrivo del defunto nel H’ung ra’ar, solo il dolore della perdita e della solitudine. Vagamente mi resi conto che i due senza-pelo mi avevano seguito ma li ignorai, continuando il canto finchè non mi mancò del tutto la voce. Quando non riuscii più ad ululare nascosi il muso tra le mani e restai lì in ginocchio a piangere, fino a che, non so quanto tempo dopo, sentii dei passi leggeri sulla neve e mi venne posato qualcosa di soffice e tiepido sulle spalle. Era Estelé che coprendomi col proprio mantello mormorò “Mi dispiace. Davvero”.
[...]
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-3-
Cambiamenti
Visto che non avevo molte altre scelte, decisi di rimanere con quei due senzapelo che mi avevano salvato la vita.
Per fortuna aveva smesso quasi del tutto di nevicare. Il giorno seguente chiesi loro se potevano portarmi dove mi avevano trovato, magari sarei stato in grado di trovare qualche traccia del mio Branco. Ci volle un po' ma alla fine li convinsi e mi accompagnarono. La neve che era caduta aveva cancellato ogni traccia; come se non bastasse, a pochi metri da dove il ramo mi aveva colpito, durante la notte era scesa una slavina, facendo sparire completamente il sentiero che avevo percorso.
Tornammo alla casa di Estelé, che per tutta la strada non fece altro che dirmi che avrei dovuto essere felice di essere vivo. Io non rispondevo e anzi mi sentivo sempre peggio. Non avevo più un Branco e se ne avessi trovato uno, nessuno mi avrebbe voluto visto che non ero riuscito a salvare nessuno.
Del Branco mi erano rimasti solo i miei ricordi e qualche arma che avevamo scambiato con un gruppo di Nani.
Nei giorni seguenti cercai di non pensare a cosa c'era stato prima, e ad adattarmi a rimanere lì coi senzapelo.
Non fu facile, sentivo pesantemente la mancanza dei miei fratelli e un paio di volte pensai di buttarmi in qualche dirupo per raggiungerli, non so bene cosa mi impediva di farlo, forse istinto di conservazione, forse il fatto che la mia Via è quella di conoscere o forse chissà.
Imparai in fretta a parlare e capire l'elaviano ed iniziai ad aiutarli come potevo. Nicolas era partito poco dopo il mio salvataggio per tornare nelle sue terre, in piena guerra civile contro i Teutoni.
Restammo io ed Estelé, che conosceva molto bene l'uso delle erbe per curare ferite e malattie, ma io sapevo fare di meglio semplicemente con le zampe: ero uno di quei fortunati in grado di curare le ferite semplicemente toccandole, lo facevo spesso per il mio Branco, il cui Saggio, Ger'dar, aveva notato questo mio potere.
Mi feci insegnare a riconoscere ed usare le erbe curative e, alla fine dell'inverno, ero perfettamente in grado di curare le ferite più lievi senza ricorrere al mio potere. I senzapelo che conoscevano Estelé venivano talvolta a chiederle aiuto se erano feriti o malati, e lei li aiutava come poteva. Nei casi peggiori chiedeva il mio aiuto, ma spesso era difficile convincere i malati che potevo salvarli. Mi facevo vedere poco dagli altri senzapelo: in quella zona c'erano pochissimi thul'fen e molta gente li temeva, ingannata dai racconti popolari e dalle leggende che ci dipingevano come mangiatori di uomini. Cosa che nei tempi antichi è anche successa, (soprattuto nella desolata Tarassia) ma si trattava di lotta per la sopravvivenza: o noi o loro. E questa è un altra storia.
Spesso andavo a caccia da solo, ma non ero molto bravo a cacciare in quel modo, senza poter contare sui fratelli. Riuscivo a prendere solo piccole prede ma per due erano sufficienti.
Scoprii anche che i senzapelo facevano cuocere la carne e gli aggiungevano talvolta delle erbe per dargli un sapore diverso. Le prime volte era strano per me mangiare in quel modo, ma poi iniziò a piacermi.
Una sera, il sole era già tramontato dietro i monti del Muro, uscii per una piccola battuta di caccia.
Camminavo da un po' quando iniziai a sentire, portato dalla brezza, uno strano odore: sembrava odore di decomposizione, ma era strano.. c'era anche odore di terra, e di sangue. Non ricordavo di aver mai sentito un odore simile, così iniziai a seguirlo. Dopo poco cominciai a sentire dei rumori nel bosco, rami spezzati, foglie smosse e qualcosa che sembrava un passo strascicato. Sguainai la spada che portavo sempre con me (uno dei pochi ricordi del Branco) e cercando di fare meno rumore possibile, mi avvicinai alla fonte del suono. Quando vidi la fonte del rumore rimasi immobile, sorpreso. Guardandolo mi ricordai che i nostri esploratori dicevano di aver avvistato molto raramente delle creature simili, che chiamavamo kru'fen.
Quel che avevo davanti era una specie di cadavere che camminava, anzi che si trascinava: brandelli di carne mancavano qua e la e si intravvedevano le ossa. Sembrava non avermi notato, camminava più o meno in cerchio in una piccola radura. Tutt'a un tratto si accorse della mia presenza, e barcollando cominciò a spostarsi verso di me. Io restai dov'ero puntando le armi verso quell'essere che continuava ad avvicinarsi. L'odore che emanava era sempre più forte e iniziava a darmi fastidio; mi misi in posizione d'attacco e cominciai a ringhiare per spaventarlo, ma era inutile: avanzava barcollando e muoveva la bocca come se volesse mordermi. Feci un passo da un lato e lo colpii con la spada ad un braccio, non sembrava sentire dolore e continuava ad avanzare verso di me, allungando le braccia. Cominciavo ad avere seriamente paura, ma l'istinto di cacciatore in quei momenti prendeva il sopravvento sulla paura.
Lo zombi era lento, quindi gli girai intorno e lo colpii di nuovo, aprendogli uno squarcio nella schiena. Niente, stava ancora in piedi anche se più faticosamente di prima; ero in posizione di vantaggio e mentre si girava gli assestai un fendente con tutta la forza che avevo, perdendo quasi l'equilibrio ma staccandogli di netto la testa dal collo. Cadde sulle ginocchia ma ancora prima che avesse toccato terra l'avevo colpito un altro paio di volte, lasciandolo immobile.
Indietreggiai di qualche passo e mi sedetti a terra, col fiato corto e i sensi tesi a cogliere altri movimenti lì attorno, ma era tutto tranquillo. La puzza dello zombi iniziava a darmi la nausea, quindi mi allontanai il più velocemente possibile.
Tornato a casa di Estelé le raccontai cosa era successo. L'elfa mi disse che aveva solo sentito parlare di quegli esseri, e che venivano creati dalla magia del Nulla. Le chiesi di spiegarmi meglio, e capì che stava parlando delle nostre leggende sulla Spirale Nera. Mi spiegò che era raro trovare quegli esseri così lontano dal Nodo del Caos, che si trovava molto più a Sud, ma che cominciavano ad apparirne anche li. Per fortuna non ne vidi altri.
Quella vita non era poi così brutta e pian piano mi ci stavo adattando; talvolta sognavo il Branco, a volte vedevo dei miei fratelli che mi chiamavano, ma non ci davo peso.
Venne dunque la primavera ed Estelé mi disse che era venuto il momento di lasciare quella casa: lei viaggiava spesso e si spostava seguendo le ormai scarse carovane di mercanti che portavano le proprie mercanzie tra le varie città elaviane. Non mi chiese nulla, ma decisi di seguirla, visto che oramai iniziavo a considerarla una specie di sorella, e poi non ce l'avrei fatta a restare da solo lassù.
Le dovevo la vita e non ero sicuro di aver ripagato il mio debito semplicemente rimanendo li.
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