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Risveglio
Fumo. C'era odore di fumo e non era più tutto nero, ma grigio. Non sentivo più freddo.
“Sono morto” pensai “Non credevo che l'H’ung ra’ar fosse così, speravo in un prato”.
Poi iniziai a sentire dei rumori. Voci.
Non parlavano la mia lingua ma io conoscevo un po' la loro, anche se non riuscivo a capire cosa stessero dicendo, erano voci deboli e confuse. Provai a muovere le zampe, e ci riuscivo. Mi sembrava di essere sdraiato sulla schiena su qualcosa di morbido. Paglia. Annusai ancora, c'era un forte odore di erbe medicinali e uno appena percettibile di sangue che sembrava essere il mio.
Aprii gli occhi e pian piano misi a fuoco il soffitto della stanza dove mi trovavo. Era di legno scuro, con sottili travi dello stesso colore, sembravano decorate da intagli con disegni floreali. Ero già entrato nelle capanne degli umani, che loro chiamano case, ma non avevo mai guardato in alto; rimasi un po' stupito nel vedere dei fiori scolpiti nel legno. I fiori stanno nei prati o sugli alberi, non dovrebbero stare lì. Spostando lo sguardo nella stanza vidi un piccolo fuoco acceso in un angolo, circondato di sassi, il fumo che usciva da un'apertura nel soffitto.
Di colpo mi resi conto che mi faceva male la testa, alzai una zampa e mi accorsi che avevo delle bende legate in testa, toccarle mi faceva male. Dovevo essermi ferito in qualche modo; potevo muovermi quindi difficilmente erano stati i proprietari delle voci che sentivo ad avermi colpito.
La testa e le orecchie mi facevano male, e parecchio, quindi alzai anche l'altra zampa a toccare la testa e, anche se era peggio, cercai di concentrarmi sulle mie mani e pensai, come una specie di mantra “thul'fen sha'ker'do argh”. Come sempre, sentii una specie di calore provenire dalle mani e subito il dolore cessò. Bene, sapevo ancora guarire le ferite.
Mi misi a sedere un po' a fatica e cominciai a sciogliere le bende che mi coprivano testa e orecchie. Guardandomi attorno provai a parlare: avevo la gola secca e la voce usciva con una certa fatica ma ci riuscii a dire “eoha, mén'ee. Thul'fen deh'mehs!”. Poi pensai che forse non potevano capire ma mi dissi che non importava.
Subito le voci che sentivo si spensero e da un'apertura dalla parte opposta al focolare entrarono due figure, avvolte in pesanti mantelli orlati di pelliccia (di volpe, a giudicare dal colore e dall'odore) e con un cappuccio. Una delle due figure si tolse il cappuccio: si trattava di un'elfa piuttosto giovane (anche se poteva benissimo avere 10 o 20 stagioni più di me), con lunghi capelli neri raccolti in una treccia, immancabili orecchie a punta, occhi scuri come una notte senza Luna e lineamenti regolari.
L'altra figura era di un umano, mi sembrava giovane, alto e magro, con una corta barba rossiccia e capelli scompigliati dello stesso colore. Si limitò a restare sulla porta. I mantelli di entrambi erano coperti di cristalli di brina.
L'elfa mi guardò con un'aria stupita e disse “stai giù, sei ferito” si avvicinò e potei sentire il suo odore: non aveva paura di me e aveva anche un odore di erbe medicinali. Guardò prima la benda a terra, poi mentre la raccoglieva mi fissò e vide che non avevo più i segni della ferita. L'elfa fece un passo indietro, dicendo “L'hai fatto tu eh? Allora sei un guaritore. Io sono Estelè, lui è mio marito Nicolas. Come ti chiami?”
“Gen'xha” risposi, poi, improvvisamente mi ricordai cosa era successo.
Mi alzai del tutto dal pagliericcio e gridai “Hea'ku bha'mno? Hea'ku thul'fen'ee?”. L'uomo fece un passo indietro e lo vidi portare la mano alla cintura, dove si poteva indovinare la sagoma di una corta spada; l'elfa invece non si mosse e mi fissò, calma “non conosco la tua lingua, ma vedo che tu capisci la mia. Cosa hai detto?”. La fissai diritto negli occhi e ripetei “Dove... Dove sono ... altri thul'fen? Bha'mno!” feci un gesto circolare con una mano, indicando una gran quantità.
L'uomo si rilassò un po' ma entrambi si fecero molto molto seri. E io capii cosa stavano per dirmi ma non volevo crederci. Estelé mi guardò, fece un lungo sospiro e disse “mi dispiace, Gen'xha. Li abbiamo trovati troppo tardi. Sono....” e si fermò, fissando il pavimento.
Io avevo capito cosa era accaduto e per un lungo momento non riuscii a muovermi né a parlare, la vista offuscata dalle lacrime. Finalmente mi alzai, uscii di corsa dalla stanza spingendo via Estelé e Nicolas, entrai in un'altra stanza, molto più piccola, dove trovai una porta e la spalancai. Rimasi abbagliato dal bianco della neve che ricopriva quello che sembrava un piccolo cortile, feci qualche passo di corsa, inciampai e caddi in ginocchio in mezzo metro di neve soffice e gelida. Lì, in mezzo alla neve caduta e circondato da quella che cadeva pigramente al suolo, lanciai l'ululato di richiamo del Branco che subito si trasformò in quello, cupo e pieno di tristezza, riservato a rendere onore a un fratello morto. Ma nel canto non c'era la gioia per l'arrivo del defunto nel H’ung ra’ar, solo il dolore della perdita e della solitudine. Vagamente mi resi conto che i due senza-pelo mi avevano seguito ma li ignorai, continuando il canto finchè non mi mancò del tutto la voce. Quando non riuscii più ad ululare nascosi il muso tra le mani e restai lì in ginocchio a piangere, fino a che, non so quanto tempo dopo, sentii dei passi leggeri sulla neve e mi venne posato qualcosa di soffice e tiepido sulle spalle. Era Estelé che coprendomi col proprio mantello mormorò “Mi dispiace. Davvero”.
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